Settembre 2010, ero da poco approdata a Nairobi per svolgere tre mesi di volontariato con un’organizzazione italiana che opera nelle baraccopoli della capitale.
Nonostante fossi ancora scombussolata dal viaggio e in totale balìa delle mille nuove emozioni, decisi comunque di lanciarmi nella mia prima avventura africana assieme ad altri due volontari dell’organizzazione.
Decidemmo così di fare il nostro primo safari in Kenya e dove se non nella famosissima Riserva del Maasai Mara?

Un po inesperti ma con tanto entusiasmo, ci affidammo ad una persona che abitava vicino alla struttura dove alloggiavamo, la quale gestiva un piccolo tour operator locale.
Avevamo poche informazioni a disposizione, sapevamo che saremmo stati via un paio di giorni e che soprattutto avremmo speso poco!

Con il senno di poi, grazie all’esperienza sul campo maturata in 10 anni di permanenza in Kenya, probabilmente sarebbe stato meglio mi fossi informata subito su diversi aspetti che precedono la partenza per un safari.
Primo tra tutti: il tipo di alloggio che viene offerto e quali pasti sono inclusi nel pacchetto, ma anche la tipologia del mezzo ed il numero di persone a bordo, con le quali si viaggerà per più di 6 ore fianco a fianco tra la polvere delle aride distese africane.

La partenza fu fissata per il mattino presto, per evitare il traffico e le prime ore di caldo torrido della metropoli.
Tra le prime luci dell’alba lasciammo alle spalle il caos di Nairobi, chilometro dopo chilometro ci allontanavamo dalle montagne di spazzatura delle sovraffollate baraccopoli.

Riuscii per la prima volta a scorgere cosa si celasse al di fuori di quella realtà che avevo potuto osservare durante i miei primi giorni in Kenya: oltre i confini la pace, la natura incontaminata, la vita.

Durante il nostro lungo viaggio a bordo di un minivan verso la riserva naturale, il tempo scorreva lento. Rimasi totalmente incantata dal mutare dei paesaggi, dai mercati locali ai bordi delle strade, ad ogni persona che vedevo camminare in mezzo al nulla, mi domandavo dove stesse andando sotto il sole cocente, dove abitasse e cosa lo portasse a camminare sul ciglio della strada in una zona apparentemente desertica.

Dopo giorni in città, estasiata dalle mille sfaccettature di quella terra affascinante e misteriosa, sentii per la prima volta di essere davvero in Africa!
Zone rurali dove si percepiva la lentezza delle giornate, i ritmi della natura padrona, colei che detta le regole, dove l’uomo può solo essere un timido spettatore.

Passammo su una stradina a strapiombo che si affaccia sulla Rift Valley, una vallata che percorre il continente africano per più di 6000km. La vera e propria culla dell’umanità, dove tutto ebbe inizio. La vista da la sopra è mozzafiato e se li meteo lo permette si può scorgere in lontananza il Monte Longonot, un antico vulcano che registra ancora ad oggi attività vulcaniche con la sua vetta di 2776m. Scalarlo nel dicembre del 2013 è stata una delle mie più grandi imprese fisiche, ma questa è un altra storia!

Continuando il viaggio, il paesaggio cambiava continuamente, si passava da zone rigogliose ad aree desertiche, attraversando piccole cittadine isolate.
Arrivati al bivio per il Maasai Mara, cominciò il vero viaggio: strada impervia sterrata e infiniti chilometri di savana attorno a noi, il safari iniziò!

In quel tratto di strada cominciammo a scorgere qualche animale in lontananza, ma soprattutto numerosi gruppi di bestiame con al seguito piccoli bambini Maasai che si prendevano cura di capre e mucche.
Molti dei bambini alla nostra vista non chiedevo soldi o cibo come accadeva a Nairobi, ma chiedevano acqua.

Fu la prima volta che entrammo in contatto con quel tipo di realtà.

Non fu facile accettarla per noi giovani volontari, ma d’altronde come si fa ad accettare la mancanza di acqua per intere popolazioni ancora oggi?!
Era da molto che non pioveva, le ossa sporgenti delle mucche ne erano la conferma. Eravamo in piena stagione arida e la popolazione locale ne stava soffrendo e pagando le conseguenze.

Percorrevamo ormai da ore immense distese desertiche disseminate di piante di acacia rinsecchite con le loro lunghe spine acuminate.
Le ruote del minivan solcavano l’arida terra lasciando dietro di sé solo pensieri e polvere, le nostre teste assonate ciondolavano al ritmo del terreno dissestato.
Ad un tratto l’autista si fermò in mezzo alla strada ed esclamò “Giraffe!”.
Un po storditi ed emozionati, ci accalcammo ai finestrini, ma fortunatamente, forse anche per consentirci di sgranchire le gambe, l’autista ci diede il permesso di scendere dalla jeep per cercare di avvicinarci un pò.

Ricordo ancora distintamente l’emozione di quel momento.
Le mie All Star ai piedi, (rivelatesi poi inadatte al safari e soprattutto alle spine di acacia), terra arida, piccole trombe d’aria in lontananza che tiravano su grandi quantità di polvere, giraffe che correvano leggiadre, odore di libertà, di selvaggio, una sensazione che solo la savana può trasmettere.
Sembrava di essere su un altro meraviglioso pianeta lontano dalla razza umana e dalla “civiltà”.

Raggiungemmo finalmente il camping nel pomeriggio.
Ci sistemammo nelle tende e dopo una cena a base di cibo locale, la natura ci offrì il suo spettacolo più bello.
Calata la notte, con la sua tipica aria frizzantina dovuta al forte sbalzo termico dell’altopiano in cui si trova il Maasai Mara, il cielo si accese di una quantità di stelle mai viste in vita mia.
In mezzo alla savana senza elettricità, passammo tutta la sera con il naso all’insù illuminati dalle riverbero della via lattea, ascoltando in sottofondo i racconti di alcuni membri della tribù Maasai locale al tepore del fuoco.
La notte buia illuminata dalla magia di Madre Natura. Un ricordo indelebile che mai dimenticherò.

Il giorno successivo passammo l’intera giornata nella Riserva, alla ricerca dei “big five”! Nonostante gnu e gazzelle fossero inizialmente gli animali più avvistati durante la giornata, l’emozione di trovarmi li in mezzo alla natura selvaggia, mi bastava per sentirmi appagata.

Il paesaggio mozzafiato era la vera attrazione. Distese infinite rigogliose e incontaminate. Non credevo fosse possibile esistesse un posto del genere ed io ero li, su quel minivan, alla ricerca dei grandi predatori africani.

Settembre è conosciuto come l’inizio del periodo delle piogge brevi, quindi può piovere per qualche minuto per poi smettere improvvisamente.
La pioggia infatti rese tutto ancora più magico. Gli scrosci d’acqua in lontananza dipingevano il paesaggio a macchie grigie e azzurre, zone di pioggia alternate ad aree soleggiate.
Fu una vera fortuna per noi fare il safari durante quel periodo.
L’acqua delle piogge è un elemento vantaggioso perché rende il clima più fresco ed è possibile avvistare molti più animali, che altrimenti sarebbero nascosti tra i cespugli a cercare riparo dal caldo sole equatoriale.

Dopo un picnic all’ombra di un grande albero in mezzo della savana, la giornata di safari volse al termine con l’avvistamento dei famosi “big five”.
Ero estremamente soddisfatta dell’esperienza e ricordo ancora oggi distintamente il profumo della pioggia, il sole che a tratti faceva capolino, nelle cuffie risuonava la canzone “Il cerchio della vita” del Re Leone ad incorniciare quel momento magico, attraverso la savana in mezzo alle mandrie di zebre, gnu e gazzelle, scorgendo gruppi di elefanti in lontananza.

E’ li che mi sono riconnessa con la natura, è li che ho lasciato un pezzo del mio cuore.
La savana africana mi ha donato un senso di pace che nessun altro luogo al mondo mi ha mai trasmesso.

Durante gli anni, sono tornata al Maasai Mara altre volte in diversi periodi.
A dicembre, subito dopo la fine della stagione delle piogge, in quel periodo dell’anno durante il quale il paesaggio è rigoglioso, verde brillante e gli animali sono sparsi ovunque ed in piena salute grazie all’abbondanza di cibo.

Un altra volta invece, tornai con la mia amica/collega Chiara, durante il suo primo safari!
Era fine settembre e quell’anno la stagione delle grandi migrazioni tardò, così molti animali erano ancora in arrivo dal confine Sud con il Serengeti.
Grazie a questo ritardo riuscimmo ad assistere ad un assaggio di quella che viene chiamata la “Grande Migrazione”, composta da numerose mandrie di gnu e zebre che si muovono per raggiungere le immense distese del Maasai Mara in attesa della stagione delle piogge.

Ad ogni stagione la natura cambia, gli animali cambiano, mutano, viaggiano.
Ogni safari è esperienza unica a sé e trasmette emozioni e ricordi indelebili che mai verranno dimenticati, anche a distanza di 10 anni!
Un safari al Maasai Mara è una di quelle esperienze che bisogna vivere almeno una volta nella propria vita!

Di seguito alcune foto che ho scattato durante quei tre giorni di safari.