Eccoci al nostro consueto appuntamento con la rubrica “le 10 cose che”.

L’argomento di oggi è: 10 fatti geopolitici sul Kenya. 

Ogni singolo fatto è stato studiato da noi a livello accademico estrapolando informazioni da fonti attendibili, ma soprattutto vivendo sul posto direttamente o indirettamente ognuno di questi aspetti. 

Questo ci ha permesso di approfondire attingendo direttamente dalla fonte tutti gli argomenti. Speriamo possiate trovare questa rubrica interessante, e che possa essere una fonte di conoscenza.

Buona lettura!

 

 

1.Kibera baraccopoli più grande d’Africa

Kibera, un immenso slum a sud-ovest del centro di Nairobi, sorge nel 1912 quando ad un gruppo di soldati della comunità Nubian al comando dell’armata britannica, fu concesso di stanziare temporaneamente in una piccola area forestale vicino al centro della città. 

Questa tribù sudanese prestò il proprio servizio ai britannici durante la prima e la seconda guerra mondiale.

Negli anni il governo autorizzò ad altre persone di insediarsi in quella zona. 

Ad oggi, quella che all’inizio del ‘900 era una florida foresta, è diventata una baraccopoli nella quale vivono più di 1 milione di persone, in un area poco più grande di 2 km2. 

Il 90% di questi abitanti non sono i proprietari della dimora in cui vivono, ma paga mensilmente l’affitto alla mafia locale insediatasi in questa realtà. 

Gli affitti variano da 2.000 scellini (circa 18€) per case in lamiera o legno e fango fino ad un massimo di 9.000 scellini (circa 85€) per abitazioni in mattoni nelle zone un pò può belle ed abbienti. 

Ovviamente più l’affitto è basso e peggio sono le condizioni dell’alloggio. 

Molte delle abitazioni nello slum sono baracche di fortuna situate a ridosso del Nairobi River e durante le piogge spesso il fiume esonda rilasciando spazzature e liquami, distruggendo abitazioni e i pochi averi degli abitanti. Il bagno in casa è un lusso per pochi, per i più fortunati i bagni sono all’interno del proprio palazzo, altrimenti ogni area della baraccopoli è fornita di bagni pubblici dove per ogni utilizzo si pagano 5 centesimi, per la doccia 15 centesimi. 

Gran parte degli abitanti di Kibera vive con pochi scellini al giorno e le spese da sostenere quotidianamente sono tante, a partire dall’utilizzo dei bagni, all’acqua che costa circa 20 centesimi ogni 20 litri, il cibo, le tasse scolastiche, le uniformi per ogni figlio, l’affitto, l’elettricità e tutto il necessario per sopravvivere. 

La vita nello slum è una continua lotta alla sopravvivenza, ma grazie alla solidarietà all’interno della comunità molta gente viene aiutata dai propri vicini o dalle organizzazioni locali e internazionali. 

La gente dello slum lavora duro e con grande sacrificio riesce ad avere la soddisfazione di vedere i propri figli andare a scuola e crescere sani. Il futuro degli slum sono le nuove generazioni, che con nuovi mezzi ed entusiasmo sono impegnate nella creazione di una comunità unita per la difesa dei propri diritti e per una vita più dignitosa lontana dal degrado degli slum. 

Già ad oggi si possono vedere grandi miglioramenti in alcune zone delle baraccopoli della capitale. 

Grazie all’impegno degli abitanti e delle organizzazioni che lavorano sul campo, è avvenuta una grande riqualificazione del territorio a partire dall’impegno nel sradicare la delinquenza, migliorando il sistema educativo offerto, offrendo attività extracurricolari per giovani e bambini, organizzando eventi per supportare le persone in difficoltà. Ad oggi Kibera è la casa di molti artisti e musicisti diventati famosi in tutto il paese e anche a livello internazionale. Il futuro del paese si basa anche su questa grande parte di popolazione spesso dimenticata e marginalizzata.

 

 

2. La terza sede mondiale ONU in Kenya

In Kenya si trova la terza sede più grande al mondo dell’ONU dopo Ginevra e New York. Fu fondata nel 1996 a Nairobi ed è la sede centrale di tutto il continente africano. La presenza della sede dell’ONU ha portato con sé molti espatriati e diplomatici sul territorio, e di conseguenza anche tutti i privilegi che ne conseguono. 

Gli espatriati hanno portato dall’europa e dal mondo il loro stile di vita, le loro usanze, costumi e abitudini. Nairobi negli anni è diventata infatti una capitale africana totalmente occidentalizzata su tutti i fronti. Le grandi multinazionali si sono insediate sul territorio, catene di fast food americane e marche di abbigliamento… ma non solo, anche stili di vita e modi di essere. A Nairobi non sembra neanche di essere in quell’Africa che tutti immaginano: è una capitale moderna, dove l’estrema povertà e la ricchezza convivono uno di fronte all’altro; con gli slum e le gate communities, ristoranti lussuosi e baracche con cibo a basso costo. 

La presenza della sede ONU in Kenya è un privilegio, ma è anche  di scissione tra i locali e gli espatriati. 

Molti diplomatici non si spingono oltre a quello che è il loro ruolo e vivono senza interagire con i locali o visitare le missioni a cui lavorano. 

Ma non tutte le organizzazioni internazionali applicano questo approccio di auto-isolamento, molte ONG operano sul campo lavorando fianco a fianco con i beneficiari dei progetti. 

Entrando a stretto contatto con la realtà locale cercando di mettere in pratica azioni mirate allo sviluppo del territorio e della popolazione. Grazie agli operatori locali di queste organizzazioni, molte persone bisognose possono entrare a far parte di progetti di ogni tipo in base alle proprie esigenze, mantenendo la propria dignità e ottenendo un aiuto concreto per il proprio futuro e quello della loro famiglia.

 

 

3. Cinesi padroni dell’Africa 

La presenza cinese in Africa è sempre più estesa e radicata. Il Kenya è uno dei paesi con cui la Cina ha stretto i rapporti più stretti, in termini di investimenti finanziari in progetti che vanno dall’agricoltura alle infrastrutture. La popolazione cinese residente in Kenya si stima si aggiri intorno alle 40,000 persone che principalmente lavorano all’interno di compagnie cinesi operanti sul territorio keniota. Ciò che la Cina cerca in Africa sono materie prime come petrolio, ferro, rame e zinco; ecco perché ha allacciato rapporti con nazioni come l’Angola, la Repubblica Democratica del Congo e la Nigeria. E anche se il Kenya, rispetto a queste nazioni, non rappresenta una fonte appetibile di materie prime si configura come un mercato molto allettante da sfruttare, considerando l’elevato numero di possibili consumatori proprio di quelle materie prime sovraccitate. 

I numeri, facilmente verificabili, sono il testimone oggettivo di questa intensa relazione tra Africa e Cina. I finanziamenti della Banca cinese destinati alle opere in territorio africano ammontano a più di 143. Relazione che, però, ha assunto negli anni sempre più i connotati di una nuova forma di colonialismo dove razzismo e discriminazione vengono denunciati continuamente da parte di lavoratori africani che, più volte attraverso i media, hanno denunciato maltrattamenti anche fisici da parte dei loro superiori cinesi. 

Inoltre, una postilla dei contratti stipulati con il governo keniano per la costruzione delle infrastrutture, è l’utilizzo esclusivo di materiali edili importati dalla Cina. 

Quindi, se c’era una possibilità di guadagno per le imprese locali, è svanita per questa clausola di contratto. Il Kenya, grande produttore di cemento e di altri materiali edili, viene escluso a priori per la fornitura per questi grandi progetti. 

Ci si chiede, inoltre, se questa presenza così massiccia e imperante cinese sia poi davvero così positiva per il continente africano. Perché se da una parte è indubbio che i finanziamenti cinesi abbiano permesso una modernizzazione generale dei paesi con cui collabora, dall’altra hanno causato degli enormi indebitamente proprio da parte di quei paesi che mai avrebbero dovuto o potuto permetterseli e che oggi pesano come macigni non solamente sull’economia del paese ma anche sulle vite quotidiane della gente comune. Il Kenya, ad esempio, è stato finanziato con ben 3,2 miliardi di dollari per ristrutturare la vecchia linea ferroviaria che collega Nairobi a Mombasa. Se non riuscirà a saldare il debito con la Cina perderà il porto di Mombasa, che è stato impegnato a garanzia del prestito. Lo stesso accadrebbe al porto di Lamu, situato in una posizione geograficamente strategica poiché al confine con la Somalia. La stessa fine potrebbero farla il Gibuti, con il suo porto messo a garanzia di un prestito di 15 miliardi di dollari; e lo Zambia che quasi certamente si vedrà costretto cedere sia l’aeroporto di Lusaka sia l’Azienda Elettrica Nazionale.

Quindi la domanda che ci poniamo è: il governo Cinese, sta effettivamente aiutando i paesi africani investendo sul loro sviluppo economico? Oppure si sta approfittando della situazione e punta a raggiungere esclusivamente i propri scopi personali speculando sui governi africani in questo momento storico di grande crescita? 

 

 

4. La mafia dei Mungiki 

I mungiki sono un’organizzazione criminale messa in piedi dall’etnia più estesa del Kenya: i Kikuyu. Mungiki in dialetto kikuyu significa “moltitudine”. L’organizzazione è stata bandita dal governo keniota nel 2002 dopo l’uccisione di circa venti persone in un scontro all’interno di una baraccopoli. Chi fa parte di questo gruppo rifiuta in qualsiasi modo lo sviluppo e la globalizzazione compresa la religione cristiana. 

La polizia ha definito il gruppo Mungiki la mafia keniota la quale si basa su estorsione, rapimenti, omicidi strategici. Il numero degli appartenenti a questa organizzazione criminale è sconosciuto ma è risaputo che i suoi membri siano soprattutto giovani poveri, sbandati o che non hanno potuto terminare gli studi. 

I Mungiki si sospetta che gestiscano uno dei più grossi giri illegali di matatu, autobus pubblici tipici in Kenya. Si vocifera che la maggior parte degli autisti di matatu a nairobi siano membri Mungiki. Inoltre spesso si è ipotizzato un forte collegamento tra questo gruppo criminale e figure di spicco nel panorama politico keniano ma nulla è mai stato provato. Inoltre si ha la quasi certezza che gestiscano la grande discarica di Dandora dove quotidianamente vengono gettati tonnellate di rifiuti da tutta la città. 

La spazzatura è una grande fonte di guadagno soprattutto per il riciclaggio di materiali come plastica, metalli e vetro. Negli anni alcuni politici hanno tentato di introdurre un sistema di riciclaggio a livello nazionale, ma per qualche motivo i progetti sono stati bocciati oppure andati nel dimenticatoio. 

La grande discarica di Nairobi si trova a pochi km dal centro della città, e al suo interno ci lavorano migliaia e migliaia di persone, bambini compresi, pagati alla giornata per accaparrarsi più materiale possibile per poi rivenderlo. A quanto pare questi pedaggi illegali sono gestiti dai mungiki, che oltre ad avere accesso al “bottino più succulento”, guadagnano anche sulle persone che cercano qualche piccola fonte di guadagno nel mezzo della più grande discarica a cielo aperto del Kenya. 

Speriamo che prima o poi questa situazione venga regolarizzata dal governo perché chi ne sta pagando le conseguenze, soprattutto a livello di salute, sono la povera gente che vive vicino e dentro la discarica che per qualche spicciolo al giorno passa le proprie giornate a scavare nei rifiuti tra focolai e fumi tossici. 

 

 

5. Nairobi National Park, l’unico parco naturale al mondo ai confini di una metropoli 

Il Nairobi National Park un’area naturale protetta del Kenya, con un’estensione complessiva di 117 km². Il parco si trova a soli 10km dal centro della città. In origine, dove oggi si trova la grande metropoli di Nairobi, prima dello sviluppo della città, quell’area era solo savana abitata dalla tribù maasai, infatti il nome Nairobi deriva dalle parole maasai “enkare nai-robi”, letteralmente “luogo dell’acqua fredda”. 

Alla fine dell’800, i coloni britannici cominciarono i primi insediamenti in quella zona, in concomitanza della costruzione della linea ferroviaria che avrebbe collegato Mombasa oltre i confini ugandesi. Già nei primi del 900 la città cominciò a prendere forma, fino a che i coloni nominarono Nairobi capitale dell’Africa Orientale Britannica al posto di Mombasa. 

Ad oggi Nairobi è una grande metropoli che copre 696 km² con una popolazione superiore a 4 milioni di abitanti. Quello che rimane della savana incontaminata che era quella zona, si trova al Nairobi National Park dove ancora oggi vivono i grandi felini africani, giraffe, zebre, rinoceronti, antilopi e moltissime altre specie di animali. Proprio per questa sua vicinanza alle strade e centri abitati, è capitato che alcuni animali varcassero i confini del parco ritrovandosi nelle grandi strade della capitale. 

Fortunatamente i grandi felini, stanno alla larga dal caos della grande capitale, ma una volta, a marzo del 2016, a causa di lavori molto rumorosi alla ferrovia che si trova all’interno del parco, un branco di leoni si è riversato in una superstrada vicino al parco! Per fortuna è una cosa che accade molto raramente, infatti se ne parla ancora oggi nonostante siano passati più di 4 anni! 

Spesso all’arrivo in aeroporto si possono scorgere nelle zone circostanti zebre e giraffe! Un bellissimo comitato di benvenuto in Kenya!

 

 

6. Violenze post elezioni 2008 

Nel 2008 ci fu una sanguinosa rivolta dopo l’exit poll delle elezioni avvenuta tra gennaio e febbraio di quell’anno. I combattimenti hanno provocato 1.133 vittime, almeno 350.000 sfollati interni, circa 2.000 rifugiati, un numero significativo ma sconosciuto di vittime di violenza sessuale e la distruzione di 117.216 proprietà private e 491 proprietà di proprietà del governo tra cui uffici, veicoli, centri sanitari e scuole. Una delle più grandi e sanguinose rivolte che il paese ha vissuto.

Per capire a fondo il motivo di queste guerriglie, bisogna fare un salto nel passato, ai tempi del colonialismo quando i primi britannici sbarcarono sul territorio ed entrarono a contatto con la popolazione locale.

I confini politici del Kenya (e di tutta l’Africa) non erano come oggi. Il paese era diviso informalmente in piccoli villaggi, ognuno con le sue tribù, usanze e lingue. Nel paese vigeva la pace e rispetto per l’un l’altro. Ovviamente c’era qualche astio tra i piccoli villaggi, ma nulla di irrisolvibile con qualche meeting e doni di pace.

I coloni, con il loro arrivo verso la metà dell’800, distrussero questo equilibrio tra tribù, prediligendo alcune ad altre, sottraendo impropriamente terreni di proprietà delle diverse tribù da generazioni e generazioni facendoli diventare di proprietà della Corona. Chi fu più a contatto con i coloni, ricevette più privilegi, come un’educazione, possibilità di lavorare, esposizione ad altre culture e quindi occasioni di crescita. Per loro non fu una passeggiata, molti divennero schiavi, furono maltrattati e molti venduti, ma chi sopravvisse, riuscì ad ottenere successivamente molti privilegi. 

Quando il paese si liberò dal dominio britannico, i primi che presero il potere sul paese fu la tribù del Kikuyu, con a capo Mzee Jomo Kenyatta. Proprio loro ereditarono dai coloni tutti quei terreni da loro rubati in tutto il paese, e al posto che restituirli ai legittimi proprietari, furono divisi tra i diversi governatori e le loro famiglie. Da lì iniziarono una serie di ingiustizie e lotte al potere, rivolte e l’inizio di quello che ad oggi è chiamato tribalismo. 

Molti furono i fatti che accaddero dei decenni, ma proprio quel febbraio del 2008, è come se tutta la rabbia e frustrazione venne a galla, l’ennesima vincita di un presidente Kikuyu, i palesi brogli elettorali, la popolazione esausta, altre tribù che si sentivano denigrate, tutto questo esplose con una rabbia inaudita. 

Ma dopo quel mese di sangue e proteste, tutto cominciò a cambiare, bisognava toccare il fondo per poi rendersi conto di quanto alla fine la politica non può condizionare l’esistenza di un intero popolo. In quel periodo ci furono molti eventi contro il tribalismo, dove tutti devono fare la propria parte, ma non basandosi sulla tribù di appartenenza, ma per il bene comune di tutti. Ad oggi si respira un’altra aria, dopo più di 10 anni, la mentalità comincia a cambiare. Si, si è diversi, ma questa diversità è l’identità del paese Kenya. Unico, vario e ricco di cultura.

 

 

7. I campi rifugiati di Daadab

Dadaab è una città che si trova al nord estremo del Kenya, ed è situata nella contea di Garissa, a 100km circa dal confine somalo. 

Il complesso per rifugiati di Dadaab è costituito da tre campi e nacque nei primi anni ‘90 in concomitanza con l’inizio della guerra civile in Somalia, infatti la maggior parte dei residenti nei campi è di origine somala. Fino a quegli anni la popolazione che abitava quelle zone, era tradizionalmente composta da nomadi e pastori somali, proprietari di cammelli e capre. 

Il primo campo è stato istituito infatti nel 1991, quando i rifugiati in fuga dalla guerra civile in Somalia hanno iniziato ad attraversare il confine con il Kenya. Un secondo grande afflusso si è verificato nel 2011, quando arrivarono ​​circa 130.000 rifugiati in fuga dalla siccità e dalla carestia nel sud della Somalia.

I tre campi di Dadaab sono Dagahaley, Ifo e Hagadera. 

Gran parte dei residenti nei vecchi campi sono arrivati ​​a Dadaab negli anni ’90 e ad oggi hanno figli e nipoti nati nei campi. Intere generazioni nate e vissute all’interno di quei campi che dovevano essere una soluzione temporanea, invece si sono trasformati nella loro casa permanente in condizioni al limite dell’umano.

I campi assomigliano a città cresciute naturalmente, e negli anni sono diventati hub commerciali che collegano il Kenya nord-orientale con la Somalia meridionale. 

Durante la carestia del Corno d’Africa iniziata nel 2011, sono stati istituiti altri due campi, Ifo 2 e Kambioos per far fronte al nuovo afflusso di entrate. 

Questi due campi fortunatamente sono già stati chiusi a seguito del programma di rimpatrio volontario, con cui molte persono sono potute tornare nel proprio paese di origine. 

Grazie all’impegno sul campo di molte ONG e UNHCR, sono stati istituiti molti programmi educativi rivolti alle nuove generazioni per il loro futuro rimpatrio in terra madre. Quel luogo sconosciuto da dove i loro genitori e familiari sono dovuti scappare. 

Oltre a istituire corsi di formazione professionale di ogni tipo, corsi di business e informatica, è stata anche introdotta ufficialmente la lingua somala all’interno delle scuole del campo. Quella lingua che purtroppo all’interno dei campi, non è riuscita a sopravvivere di generazione in generazione, ma è di fondamentale importanza per un rimpatrio di successo.

Alla fine di luglio 2020, il complesso per rifugiati di Dadaab conta una popolazione di 218.873 rifugiati registrati e richiedenti asilo, contro i 350.000 persone a maggio 2015. Questa drastica riduzione è stata grazie alla possibilità di rimpatrio, appoggiandosi al supporto delle organizzazioni che fungono da collegamento tra i campi e all’arrivo in Somalia. 

L’obiettivo di chiudere il campo rifugiati di Daadab, nato come campo temporaneo per far fronte alle emergenze, dopo quasi più di 30 anni si sta piano piano concretizzando.

 

 

8. La nascita della lingua e cultura swahili

Per capire a fondo la complessità della lingua swahili e di tutte le sue sfaccettature, bisogna andare molto indietro nel tempo. 

La storia del Kenya è molto complessa e piena di protagonisti provenienti dall’esterno del paese. Le colonizzazioni iniziarono dal XII secolo d.C. sulle zone costiere del territorio. I primi ad arrivare furono gli arabi che intrattennero intensi rapporti commerciali con i gruppi che abitavano le coste, infatti tutt’ora si possono ancora trovare tracce del passaggio degli arabi, dove hanno costruito il proprio impero. 

Per gli arabi, la costa keniana non era solo un punto strategico per il commercio, ma nel tempo diventò loro dimora fissa. Ad oggi si possono trovare resti di città e palazzi adiacenti alla zona costiera, un impero strutturato in maniera perfettamente organizzata. Palazzi reali, zone di preghiera, quartieri per la gente comune, docce e moschee, costruzioni del tutto estranee alla popolazione locale prima dell’arrivo degli arabi. Nei siti archeologici presenti sul territorio sono stati ritrovati molti oggetti come vasi e piccoli utensili usati come ornamenti o merce di scambio provenienti da tutte le zone del mondo come Cina ed Europa. 

Grazie al loro insediamento e grazie all’incontro tra il popolo arabo e quello keniano, nacque la cultura swahili, contraddistinta da due elementi di unificazione: la lingua swahili e la religione islamica.

La cultura swahili vanta di tratti unici e peculiari, una mescolanza tra la cultura araba e la cultura africana. 

La lingua swahili, diventata lingua ufficiale di tutta la East Community e terza lingua più parlata in Africa, appartiene al gruppo delle lingue bantu.

Le lingue bantu sono presenti in tutto il continente africano e in comune hanno la grammatica e gran parte della fonetica

L’influsso arabo riflette soprattutto nel vocabolario, infatti alcune parole swahili hanno un’etimologia araba, e anche nell’emissione di alcune consonanti aspirate. Durante e dopo la colonizzazione lo swahili ha acquisito nuovi vocaboli di derivazione chiaramente europea, ad esempio “computer” che si dice “kompyuta” o ” scuola” in “shule” come in lingua tedesca oppure tavolo “meza” come in spagnolo.

Man a mano che negli anni vengono inseriti nuovi elementi come i computer o gli autobus, prima estranei alla quotidianità dei locali, le parole in inglese vengono mutate e trasformate in swahili più moderno.

Oltre alla lingua, sulla costa si cominciò a vedere la nascita di una vera e propria nuova cultura, quella swahili. Una mescolanza di musiche arabe influenzate da quelle africane, pietanze ricche di spezie, nuovi stili d’arte, monumenti e palazzi decorati con pattern unici nel loro genere, la popolazione locale che cominciò a mescolarsi con gli arabi, tutti questi ingredienti dettero vita a questa nuova popolazione mista di religione musulmana.

Ancora oggi sulla costa si può respirare proprio quest’aria esotica, pur rimanendo nel territorio keniano. Una meraviglia di cultura e lingua che fa trasparire le sue mescolanze di culture e di mondi!

 

 

9. I 7 siti UNESCO in Kenya

I siti del patrimonio mondiale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) sono luoghi di importanza per il patrimonio culturale e naturale del mondo. Ad oggi in Kenya, ci sono sette siti del patrimonio mondiale.

Fort Jesus a Mombasa (UNESCO 2011). Il possente Fort Jesus è è una struttura tipicamente europea. Un forte costruito a picco sul mare dai portoghesi tra il 1593 e il 1596 con lo scopo di proteggere il porto di Mombasa e tenere sotto controllo la zona costiera che durante quell’epoca era sotto il loro potere. 

Lamu Old Town (UNESCO 2001). La città di Lamu si trova su un isola al nord della costa keniana. Questa gemma nell’Oceano Indiano è il più antico insediamento swahili ed è costruita in pietra corallina e legno di mangrovie. In tutta la città si possono ammirare palazzi regali i quali la maggior parte presenta cortili interni, verande ed elaborate porte in legno con ornamenti tipici della cultura swahili. Fare una visita guidata tra queste piccole stradine è un’esperienza magica. Inoltre in tutta l’isola non si possono utilizzare mezzi a motore. La popolazione locale utilizza asinelli per trasportare merci da una zona all’altra, quindi si possono trovare ad ogni angolo simpatici asini “parcheggiati” che brucano dalle aiuole. 

Thilmich Ohinga Archaeological Site (UNESCO 2018) Thimlich Ohinga è un complesso di rovine in pietra nella contea di Migori, nel Kenya occidentale. È uno dei 138 siti contenenti 521 strutture in pietra che sono state costruite intorno alla regione del Lago Vittoria in Kenya. Il recinto principale di Thimlich Ohinga ha pareti che arrivano fino a 3 metri di spessore e 4,2 metri di altezza. Le strutture sono state costruite da blocchi di roccia e pietre fissate senza cemento. 

Si ritiene che il sito abbia più di 550 anni. Si ipotizza che l’area di Thimlich Ohinga fosse abitata da un popolo di lingua bantu che misteriosamente lasciò l’area qualche tempo prima della colonizzazione del Kenya. Non ci sono state ricerche approfondite sugli effettivi costruttori delle strutture di Thimlich Ohinga, ma alcune fonti concordano sul fatto che forse gli antenati della tribù Gusii / Kuria o dei Luhya abitavano l’area di Thimlich Ohinga durante quegli anni.

Questo è un insediamento con muri a secco e recinto tradizionale più grande e meglio conservato del suo genere.

Sacred Mijikenda Kaya Forests (UNESCO 2008) Kaya (plurale makaya o kayas) è una foresta sacra del popolo Mijikenda nell’ex provincia costiera del Kenya. La foresta di kaya è considerata una fonte intrinseca di potere rituale e l’origine dell’identità culturale; è anche un luogo di preghiera per i membri del particolare gruppo etnico. Al giorno d’oggi, il Kaya è anche indicato come una tradizionale unità organizzativa del popolo Mijikenda. Undici delle circa 30 kayas presenti in 200km costieri in Kenya, sono state raggruppate e inscritti come le foreste sacre di Mijikenda Kaya. 

I visitatori non sono autorizzati ad entrare nella maggior parte dei makaya. Solo a Kaya Kinondo, una foresta di 30 ettari sulla spiaggia di Diani, è consentito l’ingresso ai visitatori e rientra sotto gli auspici del progetto ecoturistico Kaya Kinondo.

Kenya Lake System in the Great Rift Valley (UNESCO 2011) Situato nella Great Rift Valley, in Kenya, il sito è formato da tre laghi: il lago Bogoria, il lago Nakuru e il lago Elementaita. Una popolazione di uccelli molto diversificata, comprese tredici specie minacciate, frequenta l’area. I più famosi frequentatori di questi laghi sono i fenicotteri, che durante le diverse stagioni popolano questi laghi colorandoli di colore rosa. Uno spettacolo unico che attira moltissimi turisti sia locali che stranieri!

Lake Turkana National Parks (UNESCO 1997) Il Turkana, il più grande lago salino desertico dell’Africa, è un’area importante per lo studio della fauna e della flora. L’importanza del parco ne deriva dal suo essere un punto di sosta per gli uccelli migratori. Inoltre è un terreno fertile per il coccodrillo del Nilo, l’ippopotamo e diversi serpenti velenosi. Il sito è stato inserito nella Lista del patrimonio mondiale in pericolo nel 2018, principalmente a causa del potenziale impatto naturale e sociale della diga Gilgel Gibe III costruita nel confine Etiope.  

Mount Kenya National Park (UNESCO 1997) Il Parco nazionale del Monte Kenya è stato istituito nel 1949 per proteggere il Monte Kenya, la fauna selvatica e l’ambiente circostante, che costituisce un habitat per animali selvatici, oltre a fungere da area per il bacino idrico, che fornisce acqua a molte zone del Kenya. Il parco circonda il Monte Kenya di 5.199m e presenta dodici ghiacciai. Negli anni il Monte Kenya è diventato una meta fissa per alpinisti e scalatori che tentano di conquistare Batian, la vetta più alta e insidiosa di questo meraviglioso monte circondato dalla savana selvaggia.

 

 

10. Insediamento Al-Shabaab e attacchi terroristici

In arabo significa “la gioventù”; è un gruppo terroristico somalo il cui obiettivo è quello di stabilire una società basata sulla Sharia. Il gruppo ha fatto la sua prima comparizione a dicembre 2006 sebbene, però, fosse attivo già dai primi anni 2000 con legami sempre più stretti ad Al Qaeda, divenendo così uno dei gruppi jihadista più pericolosi. Al Shabaab pur essendo un gruppo terrorista somalo, si è insediato in moltissimi altri paesi tra cui il Kenya. 

Tra il 2003 e il 2005 iniziarono i primi attacchi terroristici in Somalia con l’uccisione di diversi lavoratori stranieri. L’invasione dell’Etiopia, nel 2006, ha rappresentato un momento molto importante per l’operato di Al-Shaabab in quanto questa invasione permise loro di rafforzare ancor di più il loro ruolo di protettori della patria somala. Cominciò così una serie di brutali attacchi terroristici nei confronti delle truppe etiopi. Secondo gli studiosi, è stato proprio in questo periodo che Al-Shaabab è passato dall’essere un poco rilevante gruppo facente parte di un movimento islamico moderato al divenire uno dei gruppi terroristici più pericolosi e potenti al mondo. 

L’obiettivo principale di Al-Shaabab non è solamente quello di fondare società basate sulla sharia, ma anche quello di contrastare qualsiasi governo africano sia appoggiato da potenze occidentali. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2007 autorizzò la spedizione di forze di pace in Somalia da parte dell’Unione Africana; operazione conosciuta sotto l’acronimo di AMISOM. Il primo paese a mandare delle truppe con AMISOM fu l’Uganda, seguita poi da altre nazioni africane come il Burundi, Kenya, Djibouti ed Etiopia. 

Il primo attaccò terroristico avvenuto per mano di Al-Shaabab al di fuori dei confini somali fu proprio a Kampala, in Uganda nel 2010 con attentati suicidi coordinati che causarono 74 vittime. Il gruppo terroristico mandò subito dopo un messaggio, rivendicando l’attentato e minacciando chiunque avesse mandato o avesse intenzione di mandare forze di pace in territorio Somalo. 

Fu così che nel 2013, a Nairobi, venne assaltato il centro commerciale Westgate, causando 67 morti. E ancora, nel 2015, il gruppo attaccò uccidendo brutalmente 148 studenti universitari a Garissa. Quest’ultimo attentato, ad oggi, rappresenta il più letale dopo l’attacco all’ambasciata americana a Nairobi avvenuto nel 1998 nel quale, invece, morirono più di duecento persone e fu il primo attacco terroristico che il Kenya dovette superare.

L’ultimo attacco rivendicato dal gruppo di Al Shabaab in Kenya fu il 15 gennaio 2019 all’interno del complesso Dusit2D formato da un ristorante, uffici, un hotel e un complesso residenziale nel cuore del quartiere di Westlands a Nairobi. Fu un attacco suicida con altri 4 complici con mitraglie che sparavano sulla folla impaurita. Entrarono nel complesso provocando 21 morti e molti feriti, tra cui molti espatriati. Fu l’ultima tragedia che distrusse il cuore dei keniani che, ancora una volta uniti, insieme a espatriati da tutto il mondo, si fecero forza a vicenda per rialzarsi e tornare ad avere una vita normale nonostante questo ennesimo grande lutto.

 

 

Speriamo di aver trattato argomenti interessanti e che vi abbiano fatto scoprire nuove cose sul Kenya, un paese che non è fatto solo di distese di savana selvaggia e spiagge bianche.

Alla prossima puntata!